lunedì 29 agosto 2011

Camille Claudel

CAMILLE CLAUDEL
Camille Claudel nasce l’8 dicembre 1864, alle ore 5.00 a Villeneuve-sur-Fère, un piccolo villaggio nella regione della Champagne. Il padre, Louis Prosper, era il Direttore dell’Ufficio delle Imposte; la madre, Louise Cerveaux, una donna infelice, di rigidi principi morali e molto legata alle convenzioni, era incapace di mostrare sentimenti materni, in particolare verso Camille perché disapprovava fin da bambina le aspirazioni, la fantasia e la sua natura libera e selvaggia. Camille, aveva due fratelli, Luise e Paul. A quest’ultimo,  era molto attaccato, ma come la mamma neppure lui capiva l’anima di Camille. Diversamente la sorella Luise, era molto attenta a compiacere la madre, difatti si sposò seguendo la tradizione ed il modello dell’epoca, tanto amato dalla madre.

Camille, scoprì molto presto la passione per la scultura, aveva solo 13 anni quando modellò la sua prima figura in argilla. La scultura coinvolge l’intera famiglia, perché furono i primi soggetti viventi a posare per lei. Camille legge molto, attingendo alla biblioteca del padre, assimilando una straordinaria cultura. Cosa eccezionale per una ragazza  in quel periodo storico. Il padre, quando Camille aveva 15 anni fece visionare le sue sculture dallo scultore Alfred Boucher, che rimase talmente impressionato dal talento della ragazza da impegnarsi a seguirla lungo il percorso artistico. 

Camille fece di tutto per convincere il padre a trasferirsi a Parigi, perché convinta che in un piccolo centro non avrebbe avuto molte possibilità di emergere artisticamente. Così nel 1881 si trasferì a Parigi con l’intera famiglia avendo l’opportunità di seguire le lezioni di Alfred Boucher all’Académie Colarossi. Poco dopo per essere più indipendente, affittò un atelier con tre amiche inglesi.

Tre anni dopo Alfred Boucher dovette lasciare le sue allieve per un soggiorno-premio in Italia e chiese ad Auguste Rodin, ancora poco conosciuto, di sostituirlo nell’insegnamento, raccomandandogli in particolar modo Camille. Rodin riconobbe subito lo straordinario talento di Camille, che aveva ventiquattro anni meno di lui. Nel 1883 Rodin la volle nel suo atelier, con le mansioni di modella e di sbozzatrice. Aveva solo 19 anni, ed era di una bellezza prepotente e affascinante, tanto che Rodin che aveva 43 anni né rimase profondamente colpito al punto che fece di tutto per conquistarla facendone la sua amante, nonostante avesse un legame stabile con Rose Beuret, donna rozza e semianalfabeta con cui aveva avuto un figlio. Camille era immensamente innamorata di Rodin, e visse con lui anni di passione e di lavoro comune, aiutandosi ed ispirandosi a vicenda nel creare alcuni fra i più grandi capolavori scultorei di tutti i tempi.
Rodin
La famiglia Camille, ipocritamente, finse d’ignorare per lungo tempo che Camille amava Rodin e che conviveva con lui, perché era scandaloso per una ragazza unirsi con un uomo fuori dal vincolo del matrimonio. Intanto Rodin diventò sempre più celebre tanto che nel 1887 ottenne la Legion d’onore, la massima onorificenza francese. Camille, nel frattempo, scolpì i suoi capolavori ed insieme a Rodin frequentò i grandi pittori Impressionisti. Per qualche tempo la sua fu una storia d’amore felice.

Durante la relazione Camille rimase incinta, ma interruppe la gravidanza sicuramente costretta da Rodin perché evidentemente non amava legami impegnativi. La prova che non amava impegnarsi per la vita, la troviamo nel fatto che non volle mai unirsi in matrimonio neppure con Rose Beuret, malgrado il figlio nato dal loro rapporto. Rapporto che malgrado l’amore per Camille non fu mai interrotto. Sicuramente fu proprio l’interruzione della gravidanza a convincerla che Rodin non l’amava veramente. Sicuramente non l’amava al punto da sposarla. Per Camille fu una delusione e un grande dolore, tanto che decise di lasciare Rodin. Era il 1893, ogni tanto si scrivevano, ma i rapporti ormai erano definitivamente rotti. Affittò uno studio-abitazione dove continuò la sua attività artistica, realizzando importanti sculture. 

Camille fu una donna che volle seguire la sua vocazione artistica, e non esitò ad amare fuori dagli schemi, cosa assolutamente intollerabile per quel periodo storico. Difatti si trovò sola, delusa, e non abbastanza stimata e considerata artisticamente. Qualche tempo dopo, incontrò il giovane compositore Claude Debussy, ma il rapporto durò solo due anni. Evidentemente la ferità lasciata da Rodin era ancora aperta. Tutto lascia credere che Camille aveva amato talmente tanto Rodin che nel suo cuore non c’era posto per nessun’altro. La vita di Camille divenne molto complicata perché la famiglia invece di aiutarla quando rimase sola, le girò le spalle perché avevano vergogna per come viveva …. pur non facendo nulla di male. Finchè rimase legata Al famoso artista Rodin, la famiglia la tollerava, ma quando si lasciò con Rodin le negò il sostentamento. Il padre a volte di nascosto l’aiutava, ma evidentemente non era sufficiente. 
L'abbandono

Per lo stato di povertà in cui si trovava, per l’abbandono da parte della famiglia, ma soprattutto per la delusione patita con Rodin, Camille incominciò a lasciarsi andare, frustrata per il rancore verso Rodin incominciò ad ammalarsi. Fu colpita da una forte depressione e scoraggiamento, che sfociò in vera e propria ossessione. ( Penso che chiunque nelle sue condizioni sarebbe rimasta scossa). Chiusa nel suo atelier, visse in povertà avendo per compagnia solo i suoi gatti. E ossessionata dalle sue manie, appena completava una scultura la distruggeva perché convinta che Rodin l’avrebbe copiata. Vere e proprie “esecuzioni”, come lei stessa le definì. Nel 1911. Lo stato di salute di Camille si aggravò ulteriormente perché soffriva molto per essere stata abbandonata  dalla sua famiglia, che continuava ad implorare affinché l’accogliesse in casa. Ma Camille, per la sua famiglia era persona non gradita. 

La Madre riusciva solo a coprirla di rimproveri insieme alla sorella Louise., lo stesso faceva il fratello Paul. Solo il vecchio padre, di nascosto, continuava a mandarle del denaro. Ma le sfortune per Camille sembrava non avessero mai fine, infatti,  il 3 marzo 1913 il padre l’unico a sostenerla sia economicamente che con il suo affetto, venne a mancare. Uomo colto ed illuminato, aveva sempre cercato di aiutarla, appoggiando ed approvando la sua aspirazione alla scultura. Per lei fu una specie di colpo di grazia perché le sue condizioni di salute precipitarono. 

(Personalmente, mi rifiuto assolutamente di considerarla pazza come fecero tutti coloro che la conobbero ….. la famiglia tutta e quel vermiciattolo egoista di Rodin che con il suo cinismo aveva distrutto la sua vita e messo fine alla sua carriera artistica. Un essere immondo che aveva abusato della sua purezza e ingenuità).
Così in una  riunione di famiglia, cui parteciparono anche il marito della sorella Louise, magistrato, ed il fratello Paul che, in quanto diplomatico di carriera, riteneva Camille troppo ingombrante anche per lui che pure le voleva bene, decisero di condannarla ad essere cancellata dalla vita sociale. Difatti il 10 marzo 1913, per volontà dei familiari e soprattutto della madre, venne internata nell’Ospedale psichiatrico di Ville-Evrard e poi, allo scoppio della prima guerra mondiale, fu trasferita a Montdevergues, vicino ad Avignone. Condannandola in questo modo ad una sofferenza indicibile. 

Nei primi anni d’internamento la madre fece vietare ogni visita alla figlia. “Tenetevela, ve ne supplico… ha tutti i vizi, non voglio rivederla, ci ha fatto troppo male”. Così scriveva la madre al Direttore del Manicomio senza riuscire a perdonarle le sue scelte anticonformiste. Camille sembra dimenticata da tutti: la madre e la sorella non le faranno mai visita, il fratello Paul solo due volte in trent’anni d’internamento. Secondo i medici, le sue condizioni sono alterne, passa da fasi in cui è preda di manie di persecuzione, a momenti di maggiore serenità. In manicomio non era violenta né aggressiva. Col passare degli anni diventò sempre più tranquilla e chiedeva insistentemente di tornare a casa, gli stessi medici fecero un tentativo di riavvicinamento alla famiglia, consigliando di farla rientrare a casa. Ma questa soluzione non fu mai presa in considerazione dai familiari. Camille, come testimonia una sua lettera, rifiutò anche le sollecitazioni che le venivano rivolte di riprendere la scultura. Resterà rinchiusa, sentendosi condannata al manicomio solo perché aveva scelto di vivere la sua vita e la sua arte da persona libera. Cosa che non le fu mai perdonato prima di tutto dalla famiglia …. ed in particolare dalla madre, la persona che più di tutte, avrebbe dovuto sostenerla e amarla. (Sarà anche per il periodo storico …… ma se non sbaglio i periodi storici li definiamo noi con i nostri comportamenti, o no?) Questi umani!!
L'età matura
Nel 1942 le condizioni fisiche ed intellettuali di Camille registrarono un progressivo indebolimento e il 19 ottobre 1943, all’età di 79 anni, dopo oltre trent’anni di manicomio tra sofferenze di ogni genere, finalmente fu libera. Nessuno, nemmeno il fratello, partecipò al suo funerale. La crudeltà del mondo e soprattutto dei familiari non si fermò neppure di fronte alla distruzione della sua sepoltura. Difatti poco tempo dopo, l’Ufficio del Cimitero, comunicò alla famiglia Claudel che il terreno dove era stata sepolta Camille Claudel era stato requisito per “necessità di servizio” e che la sua tomba, sormontata da una croce recante le cifre “1943 - n. 392”, non esisteva più.

 Di Camille Claudel si conoscono soltanto 67 sculture sopravvissute alle sue esecuzioni, oltre ad una serie di disegni, una quindicina in tutto. Le sue sculture, tecnicamente perfette, sprigionano un erotismo ed una profondità di sentimenti che colpiscono e commuovono profondamente.
Camille per il suo tempo, per la sua famiglia era considerata inferma di mente e quindi andava internata. Prima bisognerebbe stabilire la misura in cui si è in regime di normalità. Per quanto hanno visto i miei occhi, guardando il mondo intorno a me, non sono stupito se in un mondo di folli, di egoisti, di teste vuote considerate normali, quelli come Camille sono scacciati, annientati e odiati….. ma per assurdo, dopo morti sono osannati.
Li osannano dopo morti perchè da vivi con il loro esistere, testimoniano quanto sono inutili e banali i cosiddetti normali. 

Nei trent’anni d’internamento Camille Claudel scrisse numerose lettere, in massima parte indirizzate al fratello Paul ed alla madre. In esse chiedeva sempre di tornare a casa.
Ne riporto alcuni brani strazianti che si ripetono negli anni, ben trenta, e che non possono non farci pensare che questa artista ha, in realtà, pagato il prezzo del suo tempo: lo scandalo di essere una donna libera e creativa:
“Mi si rimprovera (efferato crimine!) di aver vissuto sola, di trascorrere la mia vita con i gatti, di avere manie di persecuzione”.
“Essendo l’immaginazione, il sentimento, il nuovo, l’imprevisto, che nascono da uno spirito evoluto, incomprensibili per loro, cervelli ottusi, eternamente chiusi alla luce, occorre che qualcuno fornisca loro un’illuminazione… qualcuno, almeno, potrebbe riconoscere il merito di originalità e dare qualche compenso alla povera donna che hanno spogliato del suo genio: no! Un manicomio! Nemmeno il diritto ad avere una casa!… E’ lo sfruttamento della donna, l’annientamento dell’artista cui si vuol far sudare anche il sangue.”
“Mi dispiace vedere che sprechi il tuo denaro per un manicomio. Denaro che potrebbe servirmi per eseguire delle belle opere d’arte, e vivere piacevolmente!”
“Ho fretta di lasciare questo posto… non so se tu abbia intenzione di lasciarmi qui, ma è davvero molto crudele per me!… E dire che si sta così bene a Parigi e vi si deve rinunciare per i grilli che avete in testa… non abbandonarmi qui tutta sola…”
“In questi giorni di festa, penso sempre alla nostra cara mamma. Non l’ho più rivista dal giorno in cui avete preso la funesta decisione di farmi ricoverare in manicomio! Penso al bel ritratto che le feci all’ombra del nostro giardino. I grandi occhi nei quali si leggeva una segreta sofferenza, lo spirito di rassegnazione che emanava dalla sua figura, le mani incrociate sulle ginocchia in un atteggiamento di completa abnegazione: tutto denotava la modestia, il senso del dovere spinto all’eccesso che caratterizzavano la povera mamma. Non ho mai più visto il ritratto (non più di quanto non abbia visto lei stessa!). Se mai ne avessi notizia fammi sapere. Non penso che l’esecrabile personaggio di cui ti parlo sovente (Rodin) abbia l’ardire di attribuirselo, come ha fatto per altre mie opere: sarebbe davvero il colmo, trattandosi del ritratto di mia madre.”
“…condannarmi all’eterna prigione per impedirmi di protestare! Tutto questo nasce, in fondo, dal cervello diabolico di Rodin. Aveva un’idea fissa, ed era che, dopo la sua morte, io spiccassi il volo come artista e diventassi più grande di lui: doveva riuscire a tenermi fra i suoi artigli dopo la morte come in vita. Bisognava che fossi infelice, che lui fosse vivo o no. E’ riuscito in ogni suo intento perché, quanto ad essere infelice, lo sono!… sono molto seccata per questa… schiavitù.”
Nel 1935, otto anni prima di morire, in una lettera ad Eugène Blot scrisse: “Sono precipitata in un baratro… Del sogno che fu la mia vita, questo è un inferno”.
In tutte le lettere traspare la disperazione, il forte desiderio di tornare a casa.
Trovo che la sofferenza di Camille sia commovente, struggente per qualsiasi persona, anche di quelle cosiddette normali …. almeno è quello che voglio credere….
Fonti:
Le informazioni alla stesura del post, sono tratte dal sito di Maria grazia La Rosa:
e
dal libro: Anne Delbée. Una donna chiamata Camille Claudel Longanesi editore, Milano, 1988

venerdì 26 agosto 2011

Sole di dicembre


Sole di dicembre


Non piangere,    
il tuo bimbo è tornato.
E’ stanco di vagabondare ….. vieni
il tempo gioisce.
….. Sei pallida,
bianca come un fiore ….. vieni,
il cortile e il cipresso
ci serbano ancora un po’ d’ombra.
Raccontare ti voglio il mio passato
perché d’intorno, le rose e i cipressi
riempiono l’aria di profumo,
mentre il tuo sorriso pallido
inonda il mondo di pace  e di perdono.
Ti vedo stanca, ma dolce
…. non coprirti il capo
lascia che ti guardi,
lascia che quel poco sole di dicembre
splenda sul tuo viso,
e ritornar come un tempo
nella pace e nel perdono.
Il tuo sguardo, la tua persona
stanchi sono ….ma lascia che ti guardi,
e come un tempo
appoggiarmi sul tuo seno
nella pace e nel perdono.

martedì 23 agosto 2011

Mark Rothko


Mark Rothko

Mark Rothko nasce a Dvinsk, in Russia, nel 1903 da famiglia ebrea. A dieci anni segue la madre in America, per raggiungere il padre e i fratelli che risiedono a Portland, nell'Oregon.
La sua vita scorre abbastanza serena. Nel 1921 frequenta l'Università di Yale, nel Connecticut. Nel 1923 si trasferisce a New York, dove nel 1924 si iscrive all'Art Students League. Studia anatomia con George Bridgeman e pittura con Max Weber, pittore cubista ed ebreo come lui, che esercitò su Mark Rothko una grande influenza del suo stile pittorico. Salvo che Max Weber era meno appiattito e più fantasioso di lui. Ogni tanto nei cubi “disegnava” qualcosa. 


Nel 1929 diventa insegnante al Brooklyn Jewish Center, incarico che porta avanti per circa 20 anni. Nello stesso periodo incontra Adolph Gottlieb, con il quale condividerà varie esperienze in campo artistico. Personalmente faccio fatica ad immaginare il tipo di esperienze dato che più o meno dipingevano gli stessi spazi vuoti ….. o meglio spazi colorati che a mio parere avevano molto più in comune con un centro di igiene mentale che con l’arte.
Nel 1934 e 1935 partecipa a mostre collettive presso la Gallery Secession. Nel 1935, con 9 compagni, tra cui Louis Harris, Adolph Gottlieb, Ilya Bolotowsky e Joseph Solman, fonda il gruppo "The Ten". Con il gruppo espone in varie sedi fino al 1940, anno dello scioglimento.


Nel 1936 incontra Barnett Newman. Lo stesso anno viene fondato l'American Artists Congress, a cui aderisce anche Rothko. Nel 1938 acquisisce la cittadinanza americana e nello stesso anno comincia a interessarsi al mito di Edipo e legge La nascita della tragedia di Nietzsche, che lo influenzerà notevolmente. Comincia anche a interessarsi dell'arte primitiva e a studiare la psicanalisi di Jung. Non si capisce in che modo lo influenzarono dato che continuò a dipingere spazi vuoti.


Quanto sopra, sono attività comuni a qualsiasi persona di mdio livello, ma dato che i critici non avevano molto per esaltare le sue qualità artistiche non restava che aggraparsi a questi piccoli espedienti per cercare di porre rimedio al vuoto che regnava sulle tele. Sostanzialmente Mark Rothko non convinceva nessuno con i suoi spazi vuoti, tanto è vero che la mostra annuale della Dederation tenutesi nel 1943 con il suo gruppo, fu un vero fiasco, tanto da essere fortemente criticata dal New York Times. Offeso (poveretto) per le critiche ricevute, scrisse una lettera al giornale insieme a Gottlieb e Newman, lettera che non sortì alcun effetto, tanto è vero che il New York Times non li degnò di risposta. 

Nel 1948, con William Baziotes, David Hare e Robert Motherwell, fonda la scuola d'arte The Subjects of the Artist, che chiude dopo breve tempo perché non riuscirono ad appassionare nessuno che amasse veramente l’arte. 
In realtà  gruppo “ artistico” di Mark Rothko era voluto e sostenuto soprattutto dalla comunità ebraica che in quel periodo storico cercava fortemente visibilità per il neonato stato di Israele. Difatti le lobby ebraiche si mobilitarono per farlo conoscere  anche in Europa. 

Tenne corsi e conferenze in varie scuole. I media addomesticati lo esaltano, (secondo me dietro lauti compensi) diversamente dai critici seri che quando parlavano dei suoi quadri li chiamavano tele e non opere d’arte come si addice ad un vero artista. La verità è che il nostro Rothko “dipingeva, o meglio sporcava le tele con quadrati sempre uguali. Tanto che se le tele fossero state esaminate da un psicologo avrebbe concluso che quei quadrati, (per la verità non più di tre per ogni tela) testimoniavano una personalità assolutamente priva di immaginazione, a tal punto da risultare incapace di un qualsiasi atto creativo …… per quanto la sua mente fosse piatta. 


Sono convinto che Rothko fu un prodotto artificiale costruito a tavolino dal clan dei collezionisti e dalle lobby ebraiche per ragioni politiche, e dai collezionisti per far salire il valore delle tele per spennare i polli che sarebbero caduti nella rete. Mi rendo conto che tale affermazione non è generosa, ma è un fatto che la vera arte segnò il suo declino quando i collezionisti incominciarono a controllare il mercato dell'arte. Difatti se teniamo conto della quotazione sul mercato americano della tela White Center dipinta negli anni 50 e acquistata dal potentissimo banchiere David Rockefeller nel 1960 per circa 10.000 dollari, con il preciso scopo di far salire le quotazioni delle tele, risultano chiaro le ragioni per cui Rockefeller acquistò la tela, dal momento che da esperto e amatore dell'arte quale era, non avrebbe mai pagato 10.000 dollari per una tela che raffigurava un quadrato con un rettangolo sotto, seguito da un altro quadrato. 

Difatti meno di 15 anni dopo fu venduta all’asta per 53 milioni di dollari. E successivamente rivenduta all’asta da Sotheby’s di New York il 15 maggio 2007 per l’astronomica cifra di  72,8 milioni di dollari. 

Come si fa a non pensare che sono truffe organizzate preparate con cura per decenni? Una tela che anche un bambino sarebbe capace di dipingere, non può valere 10.000 dollari, figuriamoci 73 milioni di dollari. La tela in questione è quella sopra … e tutte le altre che ha dipinto, (dipinto si fa per dire) sono copie identiche alla prima.


Insomma, anche un deficiente si rende conto che dietro certi personaggi agiscono potenti gruppi economici. Tanto è vero che Rockefeller incassato i 53 milioni di dollari si guardò bene di acquistare ulteriori tele di Rothko, consapevole che passato l’attuale periodo storico le tele di Rothko saranno considerate panni sporchi.

Diversamente dalle vere opere d’arte che continueranno a vivere nel tempo. Per esempio Raffaello dell’era classica e Van Gogh, Dalì, Modiglioni, De Chirico da me tanto amato e tanti altri dell’arte moderna, quale ad esempio gli impressionisti francesi capeggiato da André Breton. Tanto per citarne alcuni di vero talento.


Per come io intendo l’arte, Mark Rothko non solo non era un artista, ma neppure un pittore. Difatti non sapeva minimamente disegnare, e in quanto a dipingere neanche a parlarne. Mark Rothko è un’offesa per l’arte, e per i veri artisti. Tanto è vero che i veri artisti dell’epoca lo ignorarono alla grande. Quella di Mark, non è arte, l’arte è unione di significati e emozioni. Un artista possiede la capacità di cogliere significati nascosti sia della natura che dell’animo umano, che cercherà di realizzare sulla tela con grande impatto emozionale e visivo. l’artista è un uomo non comune. Diversamente quello che c’e’ su quella tela dal titolo White Center lo può fare chiunque, anche un bambino. E se è vero che lo può fare chiunque, significa che Mark Rothko piuttosto che un artista, fu un prodotto artificiale creato a tavolino per ragioni politiche e speculative. Allo stesso modo in cui vengono manipolate le quotazioni delle azioni in borsa per alleggerire le tasche dei piccoli risparmiatori considerati polli dagli stessi operatori finanziari..

Mark Rothko soffriva di depressione, cosa inusuale per un vero artista. Un vero artista può soffrire di ossessioni, può essere tormentato da problemi esistenziali perché fortemente in conflitto con la realtà che non accetterà mai. Può anche dannarsi, ma non potrà mai soffrire di depressione perché un vero artista è consapevole di rappresentare qualcosa di speciale … di unico. Rothko soffriva di depressione perché consapevole di essere un vuoto chiuso in un quadrato. Si suicidò nel suo studio di New York la mattina del 25 febbraio 1970.

Dopo la morte si allestirono mostre in tutta Europa. Cioè si battè il ferro finchè era caldo per spennare quanti più polli era possibile.
La vita artistica di Rothko, se si osserva con occhio esperto, si scopre come i suoi tentativi di creare qualcosa di autorevole e significativo artisticamente, fallirono miseramente.

Sono ben cosciente che tantissimi che di arte non sanno assolutamente nulla, e tanti altri che guardano l’arte attraverso il borsino delle quotazioni, non saranno d’accordo con il ritratto sopra, ma è esattamente così che stanno le cose. Detto questo ognuno è libero di credere ciò che vuole.

venerdì 19 agosto 2011

Sogno

Sogno

Nella mia mente come in sogno,
misteriosi raggi di luce si fondono,
in magiche atmosfere.
Vorrei toccarti ….. sfiorare il tuo viso,
ma la tua immagine
si perde tra infiniti cristalli di nebbia
di universi opposti.
Vorrei raggiungerti,
attraversare quella magica visione,
ma sto sognando ….. sei solo un sogno,
mentre ti allontani tra le tue infinite realtà.
Non potrò mai raggiungerti
perché non so dove realmente esisti,
…. quando sei vera e quando non lo sei.
Vulcano

martedì 16 agosto 2011

Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh nasce a Groot Zundert, nei pressi dell'Aia, in Olanda, nel 1853. Conosciuto dal grosso pubblico come l’artista pazzo….. quello che si è tagliato l’orecchio. In realtà si tagliò solo una piccola parte del lobo sinistro. Negli ultimi tempi, Vincent, dipingeva un quadro al giorno, ma pare che nessuno si accorgesse di lui. Campo di grano con corvi è custodito nel museo di Amsterdam. Fu dipinto nel mese di luglio del 1890 in Auvers Sur Oise, Francia. Il dipinto olio su tela misura 50,5 x 103 cm. dai critici contemporanei è considerato un capolavoro rivoluzionario. Paroloni  scoppiettanti per compiacere i collezionisti che non di rado con i critici dimostrano una generosità interessata. 

Secondo me non è tra i suoi lavori più importanti. Il quadro sopra campo di grano con vortici o qualcosa del genere, che indubbiamento trasmette visioni di realtà invisibili, è più intenso, di campo di grano con corvi, oltre a rappresentare con maggiore fedeltà la natura trascendente di Vincent. Considerando il mondo dell’arte e gli interessi dei collezionisti, a mio avviso, campo di grano con corvi, tra le sue opere è la più famosa perché legata alla sua morte. 
Vincent era tormentato dai colori vivi, forti e sanguigni. I critici non sanno spiegarsi come sia possibile che un uomo in tali condizioni mentali, (poveretti…) riuscisse a dipingere opere così intense.  Per me la risposta è semplice: Vincent non era pazzo, era un uomo ossessionato da grandi problemi esistenziali tra cui quelli spirituali e quindi in perenne conflitto perché non riusciva a trasferirli sulla tela. Difatti ciò che per gli altri era malattia mentale per lui era ricerca dell’illuminazione.  Secondo me, fu grazie all’ossessionante ricerca del soprannaturale che riuscì a realizzare le sue opere.
Van Gogh, si considerava un profeta, e anche un pensatore. I pensieri uscivano dalla sua testa come un fiume in piena che si riversavano giorno dopo giorno in centinaia di pagine. Scritti che il grande pubblico ignora, perché fu scelto di lasciare tutta la scena alle sue opere.
Tutto ciò che bisogna fare per scoprire il vero Van Gogh …. non il folle, ma il pensatore che osserva la realtà, è leggere le sue lettere. Né scrive a centinaia, in gran parte destinate al fratello minore Teo, di cui senza di lui, Vincent non sarebbe mai esistito. Perché fu grazie a lui che lo sosteneva con un assegno mensile, a darle la possibilità di liberare la sua vena artistica. Vincent, non fu una creatura assetata di puro istinto come potrebbe apparire ad una prima lettura, ma un uomo assetato di conoscenza e di spiritualità. La sua mente era attiva e sensibile. Molto diverso da come lo vedevano le persone che lo incontravano per strada e nei bar. Ossia quel rozzo, ignorante nevrotico butterato e alcolizzato, che andava in giro con un cappotto mezzo mangiato dalle tarme. 
A modo suo era un mistico, perché non faceva mistero di essere alla ricerca della salvezza della sua anima. Suo padre il reverendo Teodoro Van Gagh pastore di un villaggio del sud dei paesi bassi, non perdeva occasione di rimproverarlo per il suo stile di vita. Così per addolcirlo, pur disprezzando le gallerie d’arte, segui suo zio che lo convinse a recarsi a Londra a fare il mercante d’arte. Purtroppo Vincent invece di vendere oggetti d’arte, scoprì la fede in Gesù, e non perdeva occasione di dedicarsi alla salvezza delle anime nei bassifondi,  tra ladri, alcolizzati e prostitute. Attività che evidentemente la chiesa non gradiva. Difatti la congregazione religiosa a cui faceva capo, lo allontanò definitivamente. 
Tornato a Parigi, a quasi 30 anni, stanco e deluso, si dedica ad una nuova vocazione: la pittura. Ma non credo che fosse qualcosa di nuovo per lui, perchè sotto la cenere, covava un fuoco pronto ad infiammare la sua anima. Così iniziò a dipingere pur non conoscendo nulla di pennelli e colori.  Iniziò improvvisando, ma è solo un modo di dire perché Vincent la pittura l’aveva nel sangue. A lui non importava che non avesse alcuna preparazione. 

Personalmente, penso che non fu un limite ma considerando il personaggio fu un vantaggio perché questo le permise di essere libero da qualsiasi influenza e condizionamento, altrimenti non credo avrebbe dipinto con quello stile così unico, e usato colori tanto vivi e corposi. Così ancora una volta, l’arte trionfò, dove la chiesa falli.
Nell’ambiente parigino ebbe un solo vero amico: René Goguen, con cui divise la stanza per circa due mesi. Ma i due non andavano d’accordo difatti Gouguen incominciò a sentirsi  soffocato dalla presenza di Vincent, nonostante Vincent provasse per lui una grande ammirazione al punto da chiamarlo maestro. Ma dato che le liti diventavano sempre più frequenti e violente decide di andare via. Avevano due modi opposto di concepire la pittura e la vita. Per Vincent la pittura era sprofondare nella realtà, nella terra, nella fatica, per Goguen la pittura e la vita erano una specie di sogno. Così Vincent rimase nuovamente solo e isolato. 
Cercò di vincere l’isolamento dipingendo senza sosta. Ma si sentiva frustrato e umiliato perché non riusciva a vendere nessuno dei suoi quadri. Quando non dipingeva, trascorreva il suo tempo con ubriaconi e prostitute, di cui una divenne la sua compagna da cui ebbe un bambino. In sintesi Vincent contro il parere di tutti i familiari, compreso il fratello a cui era tanto legato, si abbandonò ad una vita dissoluta, fatta di espedienti e di alcol.  Nonostante l’assegno mensile del fratello Teo non venne mai meno.  Vincent, per ricambiarlo, gli mandava tutti i quadri che dipingeva e si arrabbiava se Teo nonostante fosse proprietario di una galleria d’arte, non era mai riuscito a vendere un suo quadro. Teo cercava di giustificarsi affermando che la sua arte era troppo in anticipo sui tempi per essere compresa.

In seguito Vincent fu abbandonato dalla sua compagna che rifiutava il tentativo da parte sua di trasformarla in una brava massai olandese. Preferì la strada. Vincent, aveva poco più di 30 anni ma ne dimostrava oltre quaranta, cosa che amava ripetere di continuo anche lui, forse per esorcizzare il suo continuo declino fisico e mentale. Il fratello Teo per aiutarlo a ritrovare se stesso acquistò una casa a 30 km da Parigi, Auvers sur Oise, dove dipinse la maggior parte dei suoi quadri, ma le ossessioni che lo tormentavano non si placavano. La sua anima era tormentata perché non riusciva a dare forma alle sue visioni, al suo mal di vivere. Così conobbe l’umiliazione del manicomio. Giunse all'ospedale psichiatrico di Saint-Rémy Arles  l’8 maggio del 1889 dopo essersi asportato una parte del lobo dell’orecchio sinistro. Vi restò 53 settimane, nelle quali dipinse 150 quadri. Tentò di avvelenarsi ingerendo i colori dei tubetti e bevendo il cherosene delle lampade.  Il manicomio fu una esperienza terribile che sicuramente minarono definitivamente sia il fisico che la mente. (Nei manicomi in quel periodo storico l’unica cura che si praticava era la tortura). 

Non saprei come altro definire la costrizione per ore, due volte la settimana immersi in una vasca di acqua gelata. Incredibile a dirsi. La “scienza” in quel periodo storico curava i disturbi del comportamento con l’acqua gelata. ( E la chiamavano scienza). Ed evito riferimenti ad altre forme di tortura e lo stato catatonico in cui erano ridotti i pazienti per le forti dose di bromuro, quando non venivano incatenati al letto o al soffitto. E non è finita! A distanza di oltre un secolo e malgrado la legge lo proibisce, ancora oggi, alcuni malati mentali vengono trattati con l’ elettroshock. (Questi criminali chissà perché li chiamano medici invece che macellai?).

Nel maggio del 1890 Van Gogh lascia il manicomio di Saint-Rémy e si stabilisce a Auvers-sur-Oise, un villaggio nei pressi di Parigi. Il suo equilibrio mentale ormai era alla deriva. Difatti il 28 luglio dopo essersi disteso in una buca di letame, si sparò un colpo di rivoltella al petto mettendo così fine ai suoi tormenti. Il fratello lo trovò agonizzante. Teo per un momento pensò che Vincent potesse riprendersi, ma il giorno seguente la febbre aumentò e perse conoscenza. Morì tra le sue braccia il 29 Luglio 1890 e fu sepolto fuori dal paese perché essendo suicida la chiesa negò di benedire la salma e la sepoltura nel cimitero comunale. 

Teo non riuscì a riprendersi dalla perdita di Vincent, e in breve tempo la sua salute peggiorò fino a condurlo alla morte circa un anno dopo il decesso del fratello. Prima di morire espresse la volontà di essere sepolto accanto a suo fratello Vincent. Un affetto che continuò anche dopo la morte. Un raro esempio di amore fraterno.  Per quanto possa credere, e senza nulla togliere a Vincent, il vero grande artista fu proprio Teo. Fu un geniale artista dell’anima. Un tipo di arte che nel tempo è andata quasi persa perché i sentimenti sul mercato valgono niente ….
A suo fratello Teo in una delle tante lettere scrisse: Che cosa sono io agli occhi della gran parte della gente ….. una nullità?
Perché si uccise?

I biografi sono propensi a credere che si sia suicidato perché ossessionato dal fatto che non riusciva a vendere i suoi dipinti. Personalmente non credo affatto che si uccise per una stupidaggine simile. Piuttosto penso che si suicidò perché non riuscì a trovare una dimensione in cui poter  coesistere con le sue ossessioni. 

Fonti:
Van Gogh: I geni dell'arte di Paola Rapelli e Alfredo Pallavisini - 2008 –Ed. Mondadori

Follia? - Vita di Vincent Van Gogh di Giordano B. Guerri - 2011 – Ed. Bompiani

Doc - History Channel – Il grande potere del genio di Van Gogh -2011

Arte e Anima per quanto riguarda il parere crtitco rispetto la sua fede, la presunta follia e le sue opere.

martedì 9 agosto 2011

Tenerezza




Tenerezza

I ricordi come un fiume in piena
travolgono gli argini
cercando una via di ritorno,
mentre granelli di polvere 
sospesi nel tempo,
riflettono ombre di parole senza senso.
Ma non dimentico il tuo viso,
la magia dei nostri incontri …
le tue mani da bambina,
e gli sguardi densi di mistero
diventare lacrime d’amore.
Non dimentico quei momenti,
il tuo volto,
la tua essenza, 
e la tenerezza del ricordo
che sempre, mi riconduce a te.
Vulcano