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Ernesto Cortazar nacque a Città del Messico nel 1940 in una famiglia di musicisti. Il padre era un compositore molto apprezzato. Fu nominato presidente della Società di Autori e Compositori (SACM - Sociedad de Autores y Compositores de Mexico).
Ernesto rimase orfano all'età di 13 anni, a seguito di un incidente stradale. Malgrado la perdita dei genitori continuò a frequentare la scuola di musica. Agli inizi della sua carriera come tanti artisti, per guadagnarsi da vivere suonava nei bar, negli alberghi, e nei convegni e, allo stesso tempo, continuò gli studi con il Maestro Gustavo César Carreón, uno dei maggiori interpreti musicali e creativi del Messico. Carreón sicuro del talento di Ernesto, gli diede la sua prima opportunità di comporre una canzone per il film La Risa de la Ciudad . Canzone che divenne un grande successo sia in America Latina che in Spagna. Il pezzo musicale per il film fu scritto per pianoforte intitolato "River of Dreams", fu un vero trionfo, da meritare il premio per il Miglior Sfondo musicale di un film latino-americano al Festival di Cartagena.
Da allora, Ernesto nella sua carriera compose partiture per oltre 75 film. La sua musica fu esportata in oltre 69 paesi. Era molto richiesto per concerti privati dai personaggi più famosi del mondo, tra cui Nikita Krusciov, il presidente argentino Carlos Menem e tantissime celebrità di Hollywood quale per esempio Charlton Heston, Danny De Vito e tanti altri.Ha venduto oltre 30 milioni di dischi in 69 paesi, tra cui gli Stati Uniti, senza l’appoggio del marchio di una casa discografica o di una agenzia, in quanto Ernesto Cortazar era un artista indipendente …. forse l’unico al mondo che riusc ì a rimanere libero. Inoltre fondò su internet una comunità che ancora oggi viene visitata da milioni di appassionati sparsi per il mondo.
Nel 2001, stanco e malato, Ernesto si trasferì da Los Angeles dove risiedeva da anni a Tampico, in Messico per vivere i suoi ultimi anni vicino alla sua famiglia. Purtroppo dopo soli tre anni, nel 2004 terminò prematuramente il suo viaggio in questo mondo per divenire immortale in virtù della sua arte.
La sua eredità musicale continua attraverso i suoi due figli, Ernesto Cortazar III e Edgar Cortazar. Sicuramente degni del loro padre, ma è Lui che ancora oggi, riesce ad accendere il fuoco nell’anima di chi è capace di emozionarsi e provare sentimenti ……
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venerdì 12 aprile 2013
martedì 16 agosto 2011
Vincent Van Gogh
Vincent Van Gogh
Vincent Van Gogh nasce a Groot Zundert, nei pressi dell'Aia, in Olanda, nel 1853. Conosciuto dal grosso pubblico come l’artista pazzo….. quello che si è tagliato l’orecchio. In realtà si tagliò solo una piccola parte del lobo sinistro. Negli ultimi tempi, Vincent, dipingeva un quadro al giorno, ma pare che nessuno si accorgesse di lui. Campo di grano con corvi è custodito nel museo di Amsterdam. Fu dipinto nel mese di luglio del 1890 in Auvers Sur Oise, Francia. Il dipinto olio su tela misura 50,5 x 103 cm. dai critici contemporanei è considerato un capolavoro rivoluzionario. Paroloni scoppiettanti per compiacere i collezionisti che non di rado con i critici dimostrano una generosità interessata.
Secondo me non è tra i suoi lavori più importanti. Il quadro sopra campo di grano con vortici o qualcosa del genere, che indubbiamente trasmette visioni di realtà invisibili, è più intenso, di campo di grano con corvi, oltre a rappresentare con maggiore fedeltà la natura trascendente di Vincent. Considerando il mondo dell’arte e gli interessi dei collezionisti, a mio avviso, campo di grano con corvi, tra le sue opere è la più famosa perché legata alla sua morte.
Secondo me non è tra i suoi lavori più importanti. Il quadro sopra campo di grano con vortici o qualcosa del genere, che indubbiamente trasmette visioni di realtà invisibili, è più intenso, di campo di grano con corvi, oltre a rappresentare con maggiore fedeltà la natura trascendente di Vincent. Considerando il mondo dell’arte e gli interessi dei collezionisti, a mio avviso, campo di grano con corvi, tra le sue opere è la più famosa perché legata alla sua morte.
Vincent era tormentato dai colori vivi, forti e sanguigni. I critici non sanno spiegarsi come sia possibile che un uomo in tali condizioni mentali, (poveretti…) riuscisse a dipingere opere così intense. Per me la risposta è semplice: Vincent non era pazzo, era un uomo ossessionato da grandi problemi esistenziali tra cui quelli spirituali e quindi in perenne conflitto perché non riusciva a trasferirli sulla tela. Difatti ciò che per gli altri era malattia mentale per lui era ricerca dell’illuminazione. Secondo me, fu grazie all’ossessionante ricerca del soprannaturale che riuscì a realizzare le sue opere.
Van Gogh, si considerava un profeta, e anche un pensatore. I pensieri uscivano dalla sua testa come un fiume in piena che si riversavano giorno dopo giorno in centinaia di pagine. Scritti che il grande pubblico ignora, perché fu scelto di lasciare tutta la scena alle sue opere.
Tutto ciò che bisogna fare per scoprire il vero Van Gogh …. non il folle, ma il pensatore che osserva la realtà, è leggere le sue lettere. Né scrive a centinaia, in gran parte destinate al fratello minore Theo, di cui senza di lui, Vincent non sarebbe mai esistito. Perché fu grazie a lui che lo sosteneva con un assegno mensile, a darle la possibilità di liberare la sua vena artistica. Vincent, non fu una creatura assetata di puro istinto come potrebbe apparire ad una prima lettura, ma un uomo assetato di conoscenza e di spiritualità. La sua mente era attiva e sensibile. Molto diverso da come lo vedevano le persone che lo incontravano per strada e nei bar. Ossia quel rozzo, ignorante nevrotico butterato e alcolizzato, che andava in giro con un cappotto mezzo mangiato dalle tarme.
A modo suo era un mistico, perché non faceva mistero di essere alla ricerca della salvezza della sua anima. Suo padre il reverendo Teodoro Van Gagh pastore di un villaggio del sud dei paesi bassi, non perdeva occasione di rimproverarlo per il suo stile di vita. Così per addolcirlo, pur disprezzando le gallerie d’arte, segui suo zio che lo convinse a recarsi a Londra a fare il mercante d’arte. Purtroppo Vincent invece di vendere oggetti d’arte, scoprì la fede in Gesù, e non perdeva occasione di dedicarsi alla salvezza delle anime nei bassifondi, tra ladri, alcolizzati e prostitute. Attività che evidentemente la chiesa non gradiva. Difatti la congregazione religiosa a cui faceva capo, lo allontanò definitivamente.
Tornato a Parigi, a quasi 30 anni, stanco e deluso, si dedica ad una nuova vocazione: la pittura. Ma non credo che fosse qualcosa di nuovo per lui, perchè sotto la cenere, covava un fuoco pronto ad infiammare la sua anima. Così iniziò a dipingere pur non conoscendo nulla di pennelli e colori. Iniziò improvvisando, ma è solo un modo di dire perché Vincent la pittura l’aveva nel sangue. A lui non importava che non avesse alcuna preparazione.
Personalmente, penso che non fu un limite ma considerando il personaggio fu un vantaggio perché questo le permise di essere libero da qualsiasi influenza e condizionamento, altrimenti non credo avrebbe dipinto con quello stile così unico, e usato colori tanto vivi e corposi. Così ancora una volta, l’arte trionfò, dove la chiesa falli.
Personalmente, penso che non fu un limite ma considerando il personaggio fu un vantaggio perché questo le permise di essere libero da qualsiasi influenza e condizionamento, altrimenti non credo avrebbe dipinto con quello stile così unico, e usato colori tanto vivi e corposi. Così ancora una volta, l’arte trionfò, dove la chiesa falli.
Nell’ambiente parigino ebbe un solo vero amico: René Goguen, con cui divise la stanza per circa due mesi. Ma i due non andavano d’accordo difatti Gouguen incominciò a sentirsi soffocato dalla presenza di Vincent, nonostante Vincent provasse per lui una grande ammirazione al punto da chiamarlo maestro. Ma dato che le liti diventavano sempre più frequenti e violente decide di andare via. Avevano due modi opposto di concepire la pittura e la vita. Per Vincent la pittura era sprofondare nella realtà, nella terra, nella fatica, per Goguen la pittura e la vita erano una specie di sogno. Così Vincent rimase nuovamente solo e isolato.
Cercò di vincere l’isolamento dipingendo senza sosta. Ma si sentiva frustrato e umiliato perché non riusciva a vendere nessuno dei suoi quadri. Quando non dipingeva, trascorreva il suo tempo con ubriaconi e prostitute, di cui una divenne la sua compagna da cui ebbe un bambino. In sintesi Vincent contro il parere di tutti i familiari, compreso il fratello a cui era tanto legato, si abbandonò ad una vita dissoluta, fatta di espedienti e di alcol. Nonostante l’assegno mensile del fratello Theo non venne mai meno. Vincent, per ricambiarlo, gli mandava tutti i quadri che dipingeva e si arrabbiava se Teo nonostante fosse proprietario di una galleria d’arte, non era mai riuscito a vendere un suo quadro. Teo cercava di giustificarsi affermando che la sua arte era troppo in anticipo sui tempi per essere compresa.
In seguito Vincent fu abbandonato dalla sua compagna che rifiutava il tentativo da parte sua di trasformarla in una brava massaia olandese. Preferì la strada. Vincent, aveva poco più di 30 anni ma ne dimostrava oltre quaranta, cosa che amava ripetere di continuo anche lui, forse per esorcizzare il suo continuo declino fisico e mentale. Il fratello Theo per aiutarlo a ritrovare se stesso acquistò una casa a 30 km da Parigi, Auvers sur Oise, dove dipinse la maggior parte dei suoi quadri, ma le ossessioni che lo tormentavano non si placavano. La sua anima era tormentata perché non riusciva a dare forma alle sue visioni, al suo mal di vivere. Così conobbe l’umiliazione del manicomio. Giunse all'ospedale psichiatrico di Saint-Rémy Arles l’8 maggio del 1889 dopo essersi asportato una parte del lobo dell’orecchio sinistro. Vi restò 53 settimane, nelle quali dipinse 150 quadri. Tentò di avvelenarsi ingerendo i colori dei tubetti e bevendo il cherosene delle lampade. Il manicomio fu una esperienza terribile che sicuramente minarono definitivamente sia il fisico che la mente. (Nei manicomi in quel periodo storico l’unica cura che si praticava era la tortura).
Non saprei come altro definire la costrizione per ore, due volte la settimana immersi in una vasca di acqua gelata. Incredibile a dirsi. La “scienza” in quel periodo storico curava i disturbi del comportamento con l’acqua gelata. ( E la chiamavano scienza). Ed evito riferimenti ad altre forme di tortura e lo stato catatonico in cui erano ridotti i pazienti per le forti dose di bromuro, quando non venivano incatenati al letto o al soffitto. E non è finita! A distanza di oltre un secolo e malgrado la legge lo proibisce, ancora oggi, alcuni malati mentali vengono trattati con l’ elettroshock. (Questi criminali chissà perché li chiamano medici invece che macellai?).
Nel maggio del 1890 Van Gogh lascia il manicomio di Saint-Rémy e si stabilisce a Auvers-sur-Oise, un villaggio nei pressi di Parigi. Il suo equilibrio mentale ormai era alla deriva. Difatti il 28 luglio dopo essersi disteso in una buca di letame, si sparò un colpo di rivoltella al petto mettendo così fine ai suoi tormenti. Il fratello lo trovò agonizzante. Theo per un momento pensò che Vincent potesse riprendersi, ma il giorno seguente la febbre aumentò e perse conoscenza. Morì tra le sue braccia il 29 Luglio 1890 e fu sepolto fuori dal paese perché essendo suicida la chiesa negò di benedire la salma e la sepoltura nel cimitero comunale.
Theo non riuscì a riprendersi dalla perdita di Vincent, e in breve tempo la sua salute peggiorò fino a condurlo alla morte circa un anno dopo il decesso del fratello. Prima di morire espresse la volontà di essere sepolto accanto a suo fratello Vincent. Un affetto che continuò anche dopo la morte. Un raro esempio di amore fraterno. Per quanto possa credere, e senza nulla togliere a Vincent, il vero grande artista fu proprio Theo. Fu un geniale artista dell’anima. Un tipo di arte che nel tempo è andata quasi persa perché i sentimenti sul mercato valgono niente ….
A suo fratello Theo in una delle tante lettere scrisse: Che cosa sono io agli occhi della gran parte della gente ….. una nullità?
Perché si uccise?
I biografi sono propensi a credere che si sia suicidato perché ossessionato dal fatto che non riusciva a vendere i suoi dipinti. Personalmente non credo affatto che si uccise per una stupidaggine simile. Piuttosto penso che si suicidò perché non riuscì a trovare una dimensione in cui poter coesistere con le sue ossessioni.
Fonti:
Van Gogh: I geni dell'arte di Paola Rapelli e Alfredo Pallavisini - 2008 –Ed. Mondadori
Follia? - Vita di Vincent Van Gogh di Giordano B. Guerri - 2011 – Ed. Bompiani
Doc - History Channel – Il grande potere del genio di Van Gogh -2011
Arte e Anima per quanto riguarda il parere crtitco rispetto la sua fede, la presunta follia e le sue opere.
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