sabato 27 luglio 2013

Albert Caraco

Breviario del Caos

In Albert Caraco, come in altri pensatori illuminati, con grande umiltà, condivido una totale similitudine di pensiero. Di questo, ogni volta, continuo a stupirmi, perché trovo stupefacente vedere il mondo con gli occhi, di esseri che sono vissuti prima di me e in altri casi, a dir la verità rarissimi, di persone del mio tempo, che come me, sono in netto contrasto con la quasi totalità dell’umanità. Tale similitudine di pensiero, rende sempre più forte la convinzione che in qualche luogo, esiste una verità universale, o forse, semplicemente il ricordo di esperienze di vite passate, che attraversano in modo silente l’anima di alcuni esseri che non per loro scelta, sono costretti a subire la miserabile condizione umana.

Albert Caraco, nacque nel 1919 da una ricca famiglia ebraica, passò l'infanzia tra Vienna, Praga e Berlino. La famiglia abbandonò la Germania negli anni trenta per stabilirsi in Francia, per un certo periodo, nella città di Parigi, dove frequentò l'École des Hautes Études Commerciales. Nonostante la sua giovane età già parlava spagnolo e tedesco. Successivamente prima della seconda guerra mondiale, la famiglia chiese la cittadinanza in Honduras, per trasferirsi poco dopo in Sud America: Argentina e Uruguay. In quel periodo la famiglia per opportunità sociale si convertì al cattolicesimo. Per Albert fu autentica folgorazione … tanto che si mise a scrivere poesie religiose, che ebbero premi e onorificenze…. Sic. Nel 1946, la famiglia si stabilì nuovamente a Parigi.

Albert, ebbe un'infanzia assai difficile, benché profondamente legato ai suoi genitori. Visse in completa solitudine, facendosi una cultura completa, in senso classico …. vibrante e lucida come la sua intelligenza. Visse alla continua ricerca di una chiave che le consentisse di penetrare l’assurda tragedia della condizione umana, secondo me, senza riuscirci perché pervaso da una grande rabbia verso il marciume del mondo. I numerosi libri da lui pubblicati in vita a sue spese, furono letteralmente ignorati da tutti i settori culturali.

Albert Caraco si suicidò nel 1971, il giorno dopo la morte del padre, a soli 50 anni.
Secondo il mio umile punto di vista, Caraco fu incompreso da vivo come lo è da morto, perché piuttosto che analizzare il suo pensiero, in merito al marciume del mondo da lui denunciato, si decide di liquidarlo etichettandolo quale soggetto allucinato e reazionario. Una posizione comoda e disimpegnante perché in questo modo si evita di prendere atto della fondatezza delle sue tesi, evitando così di assumersi la responsabilità di correggere l’attuale mostruoso sistema satanico. Caraco aveva raggiunto un tale grado di consapevolezza da sentirsi un estraneo, un espulso dal contesto umano. Fu sicuramente per tali ragioni, e in più la certezza, che l’uomo ormai non era più capace di correggersi, ad indurlo a mantenere la promessa di porre fine alla sua vita dopo la morte di suo padre, unico legame con quel mondo che tanto detestava e allo stesso tempo, amava. Questo secondo la mia esperienza, si capisce dalla rabbia che riversava nelle sue tesi, poiché solo coloro che sono capaci di grande amore riescono a provare una rabbia così estrema verso l’incapacità dell’uomo di rendersi conto di precipitare verso l’autodistruzione.
Le parole di Albert Caraco per un lettore “distratto” possono sembrare ciniche, in realtà con i suoi appassionati libri testimonia esattamente l’opposto.

Ma per onestà mentale, non posso non evidenziare che la sua analisi, il suo pensiero, la sua attenzione, si focalizzarono esclusivamente sull’aspetto fisico della condizione umana, tralasciando secondo me, volutamente, l’aspetto metafisico. Aspetto che sicuramente avrebbe affrontato in un secondo momento, se non avesse deciso di porre fine alla sua esistenza. Decisione che secondo me, maturò perché privo di quei fondamenti che consentono alle persone di talento e di grande sensibilità e consapevolezza, di sopravvivere alla malvagità del mondo.

Breviario del Caos, racconta il nostro mondo quale appare se osservato da uno sguardo di rapinosa, disperata lucidità, e lo fissa in brevi blocchi di prosa dal nitore classico, dove le frasi si allineano con naturalezza, simili alle pietre dei muri antichi. C'è in Caraco una violenza compressa, una furia che fa pensare a Céline e Cioran - e insieme la capacità di dare una forma perentoria, martellante, ultimativa alle visioni più azzardate, come già sa la tribù dei lettori di quel cupo gioiello che è Post mortem. Rare volte la peculiare convergenza di orrori e parodia che contraddistingue quanto ci sta intorno ha trovato un cronista altrettanto percettivo e tagliente.

Di seguito una breve sintesi del libro Breviario del Caos:

I nostri peggiori nemici sono coloro che ci parlano di speranza e ci prospettano un futuro di gioia e di luce, di lavoro e di pace, in cui i nostri problemi saranno risolti e i nostri desideri appagati. A loro non costa niente rinnovare le promesse, ma a noi costa enormemente ascoltarli, e quel che abbiamo da guadagnarci sono solo idee sbagliate, più andiamo avanti e più queste idee diventano dominanti e più il giogo dell'equivoco ci piega, noi vacilliamo sotto un cumulo di nozioni oscure e confuse, che vorrebbero essere scientifiche e ci fanno smarrire il ricordo di tutto quello che da ormai tre secoli ci aveva disincantati. La logomachia, chiamata dialettica, permette di dimostrare qualsiasi cosa, secondo le necessità del momento e l'interesse dei suoi dimostratori, perché abolisce i punti di riferimento insieme con le possibilità di resistenza: è la macchina per produrre il caos, fosse pure in nome dell'ordine, è davvero l'ultimo sforzo del nostro intelletto messo al servizio dell'assurdo e grazie al quale la dissoluzione ha campo libero, con i suoi promotori che saranno gli ultimi a perire, dopo aver immolato tutto, continuando a sentirsi importanti nel nulla.

L'ordine prepara metodicamente la propria liquidazione osservando la disciplina che ci predica; gli scienziati moltiplicano le scoperte e l'ordine se ne appropria, in preda alla follia; insomma, tutto si mette al peggio e noi perseveriamo, in nome della morale e della fede, nelle strade che a esso conducono; le tradizioni rivaleggiano in impostura e le invenzioni in malvagità, non sfuggiremo più a tale concorso di cose e l'ordine presiede all'accomodamento, in fondo al quale si spalanca il precipizio. L'assurdo ha la sua logica e noi ne sposiamo le fasi, magari crediamo di improvvisare, mentre non facciamo nulla che non rimandi a quel piano generale, che - senza volere - mettiamo in atto: è un meccanismo i cui migliaia e migliaia di ingranaggi discettano a lungo su una libertà che ritengono attributo dell'uomo, con l'ordine che si accontenta di farsene assurdamente portavoce. Siamo ciechi per dovere e ci affidiamo all'ordine, più cieco di noi e persuaso di essere chiaroveggente: è un raggiro a partita doppia e ormai nessuno sfugge al fallimento che tale operazione prepara in eguale misura a tutti i popoli.

Noi tendiamo alla morte, come la freccia al bersaglio, e mai falliamo la mira, la morte è la nostra unica certezza e sempre sappiamo di dover morire, quale che sia il luogo, il momento, o il modo. Noi, che non ci contentiamo di parole, acconsentiamo a scomparire e siamo lieti di acconsentire, non abbiamo scelto di nascere e ci riteniamo fortunati a non sopravvivere in nessun luogo a questa vita, che ci fu imposta più che donata, vita piena di noi affanni e dolori, dalle gioie discutibili o mediocri. Che cosa prova mai che un uomo sia felice?

Ognuno di noi muore solo e muore interamente: sono due verità che i più rifiutano, giacché i più durante tutta la loro vita sonnecchiano. La solitudine è una scuola di morte e l'uomo comune non la frequenterà mai, l'integrità non si ottiene altrove, essa è dunque la ricompensa della solitudine, e se si dovessero suddividere gli uomini, essi formerebbero tre razze: la massa, o sonnambuli, che sono un esercito; i ragionevoli e sensibili, che vivono su due piani e, sapendo ciò che a loro manca, si sforzano di cercare ciò che non trovano; gli spirituali nati due volte, che vanno alla morte con passo uniforme per morire soli e morire interamente, quando non si dia il caso che scelgano loro il momento, il luogo e il modo, a dimostrazione del loro disprezzo per le contingenze.

Le città che abitiamo sono scuole di morte, perché sono disumane. Ognuna di esse è diventata il ricettacolo del frastuono e del tanfo, poiché ognuna è diventata un caos di edifici, dove ci ammassiamo a milioni, smarrendo le nostre ragioni di vita. Sventurati senza scampo, sentiamo di esserci cacciati, volenti o nolenti, nel labirinto dell'assurdo, da cui non usciremo che morti, giacché il nostro destino è di continuare a moltiplicarci, unicamente per morire innumerevoli.

Gli uomini si sono diffusi nell'universo come una lebbra, e più si moltiplicano più lo snaturano, essi credono di servire i propri dèi divenendo sempre più numerosi, i bottegai e i preti approvano la loro fecondità, gli uni perché essa li arricchisce, gli altri, invece, perché li accredita.
Siamo già troppo numerosi per vivere, per vivere non da insetti ma da uomini; noi moltiplichiamo i deserti a forza di esaurire il suolo, i nostri fiumi sono ridotti a sentine e l'oceano entra a sua volta in agonia, ma la fede, la morale, l'ordine e l'interesse materiale si uniscono per condannarci alla tribù: alle religioni occorrono fedeli, alle nazioni difensori, agli industriali consumatori, il che significa che a tutti occorrono bambini, non importa quello che ne sarà una volta diventati adulti. Ci spingono incontro alla catastrofe e non possiamo mantenere i nostri fondamenti se non andando alla morte, mai si è visto paradosso più tragico, mai si è vista assurdità più palese, mai ha ricevuto più universale conferma la prova che l'universo è una creazione del caos, la vita un epifenomeno e l'uomo un accidente. Non abbiamo mai avuto nessun Padre in Cielo, siamo orfani, sta a noi comprenderlo, a noi uscire dall'infanzia, a noi rifiutarci di obbedire a chi ci fuorvia e immolare chi ci vota all'abisso, giacché nessuno ci redimerà se non ci salveremo da soli.

Il mondo si è chiuso, come lo era prima delle Grandi Scoperte, il 1914 segna l'avvento del secondo Medioevo, e noi ci ritroviamo in quella che gli gnostici chiamavano prigione della specie, nell'universo finito, da cui non usciremo più. E ormai sparito l'ottimismo che per quattro secoli fu il retaggio di tanti europei, la Fatalità ritorna nella Storia, e ad un tratto noi ci chiediamo dove siamo diretti, ci interroghiamo sul perché di quello che ci accade, la bella fiducia dei nostri padri in un progresso illimitato, congiuntamente a una vita sempre più umana, è dunque svanita: noi giriamo in tondo e non riusciamo più nemmeno a capire le nostre opere. Il che significa che le nostre opere ci superano e che il mondo, trasformato dall'uomo, sfugge un'altra volta alla sua intelligenza, più che mai noi edifichiamo nell'ombra della morte.

Gli uomini sono al tempo stesso liberi e legati, più liberi di quanto non desiderino, più legati di quanto non avvertano, giacché la massa dei mortali è fatta di sonnambuli, e all'ordine non conviene mai che escano dal sonno, perché diventerebbero ingovernabili. L'ordine non è amico degli uomini, esso si limita a tiranneggiarli, di rado a incivilirli, ancor più di rado a umanizzarli. Poiché l'ordine non è infallibile, spetta alla guerra riparare un giorno ai suoi errori, e poiché l'ordine continua a moltiplicarli, noi andiamo verso la guerra, la guerra e il futuro sembrano inscindibili. Questa è l'unica certezza: la morte è, in definitiva, il senso di ogni cosa, piuttosto che ripensare finalmente il mondo che egli abita.

La nostra gioventù si sente condannata e perciò le università sono in fermento, essa ha ragione, noi abbiamo torto e stiamo preparandole un'altra guerra. L'ordine e la guerra sono legati, la nostra morale non lo ignora affatto, basta riandare all'insegnamento dei grandi moralisti: questa è l'unica certezza, e noi non possiamo immaginare lo stato di pace perpetua, l'ordine non vi resisterebbe. I nostri giovani credono forse che quaggiù basti dichiarare pace al mondo perché il mondo dia retta? Noi siamo all'Infèrno, e la sola scelta che abbiamo è tra essere i dannati che vengono tormentati o i diavoli addetti al loro supplizio.

L'Inferno che portiamo in noi corrisponde all'Inferno delle nostre città, le nostre città sono commisurate ai nostri contenuti mentali, la volontà di morte informa la smania di vivere e noi non riusciamo a discernere quale ci ispiri, ci gettiamo in lavori sempre nuovi e ci illudiamo di attingere le vette, siamo posseduti dalla dismisura.

Quando si vorrà sapere quali furono i nostri veri dèi, bisognerà giudicarci in base alle nostre opere e mai in base ai nostri principi. Allora non si avrà difficoltà a rispondere, e si dirà ciò che noi ci vietiamo di dire e finanche di pensare: «Adoravano la follia e la morte». In verità, noi non adoriamo più nient'altro, ma non possiamo ancora ammetterlo, perché la follia e la morte sono l'ultimo compimento delle religioni rivelate, e queste religioni le contenevano in potenza, la fede cristiana in primo luogo. Abbiamo messo la follia e la morte sugli altari, professiamo tanto la demenza quanto l'agonia della Divinità suprema, che cosa rimane dopo questo, domando io?

Elevo un canto di morte su ciò che sta morendo, e di fronte ai nostri reggenti da strapazzo, di fronte ai nostri impostori mitrati e di fronte ai nostri scienziati, i più dei quali non hanno raggiunto l'età della ragione, io, solitario e misconosciuto, profeta della mia generazione, murato vivo nel silenzio anziché essere arso sul rogo, pronuncio le ineffabili parole che domani i giovani ripeteranno in coro. La mia unica consolazione è che la prossima volta moriranno con noi, i reggenti e gli impostori e gli scienziati, non rimarrà sotterraneo in cui questi maledetti possano sottrarsi alla catastrofe, non rimarrà isola dell'oceano in grado di accoglierli né deserto capace di inghiottire loro, i loro tesori e la loro famiglia. Rotoleremo tutti insieme nelle tenebre da cui non si ritorna, e il pozzo buio ci accoglierà, noi e i nostri dèi assurdi, noi e i nostri valori criminali, noi e le nostre speranze ridicole. Allora e soltanto allora giustizia sarà fatta, e verremo ricordati come un modello da non imitare più.

La fede non è che una vanità tra le altre e l'arte di ingannare l'uomo sulla natura del mondo.

Tutti i problemi sarebbero risolti con l’obiettività, la misura e la coerenza, ma poiché la maggior parte degli uomini ne è incapace, tutti i problemi restano insolubili, la catastrofe sarà sempre l’unica scuola in cui gli indegni riceveranno l’insegnamento che la stupidità e la follia meritano loro. Non possiamo tramutare i sonnambuli in veggenti né far assaporare la luce a questi ciechi dalla nascita, la legge dell’ordine vuole che la massa di perdizione non sia salvata e che si consoli della propria rovina procreando a perdifiato, per poter essere smisurata e fornire instancabilmente un esercito di vittime. Noi intravediamo quello che ci attende e regoliamo la nostra condotta in base a quello che gli occhi ci insegnano, avvertendo altresì che i mortali, per la maggior parte, non capiscono nulla ed escono dal loro sogno solo per piombare nella disperazione, poiché non hanno altra legge se non quella di subire ciò che non comprendono.

L’umanità vuole pienamente ciò che deve subire, rinuncia a ciò che aveva e noi non la obbligheremo a smentirsi, essa si rifiuta di capire quel poco che intuisce, detesta chi la mette in guardia, e di comune accordo il potere civile e il potere religioso ridurranno al silenzio quei pochissimi che disingannano i ciechi turbando i sordi.

La catastrofe è necessaria, la catastrofe è desiderabile, la catastrofe è legittima, la catastrofe è provvidenziale, il mondo non si rinnova a minor prezzo, e se non si rinnova dovrà scomparire con gli uomini che lo infettano. Gli uomini si sono diffusi nell’universo come una lebbra, e più si moltiplicano più lo snaturano, essi credono di servire i propri dèi divenendo sempre più numerosi, i bottegai e i preti approvano la loro fecondità, gli uni perché essa li arricchisce, gli altri, invece, perché li accredita. L’unico rimedio alla miseria consiste nella sterilità dei miserabili, ma l’ordine per la morte, l’ordine dei bottegai e dei preti, ci vieta persino di parlarne. I bottegai e i preti vogliono arricchirsi e dominare, vogliono il profitto materiale e il credito morale, li ottengono dalla nostra idiozia, giacché il nostro disinganno sarebbe la loro fine, così come sarebbe la fine della miseria.

Fonte: Breviario del Caos ed. 2009
ED. Adelphi Milano

4 commenti:

  1. Mi congratulo per il fattivo contributo, ancora una volta, da te prestato nella diffusione del pensiero alternativo e divergente, del quale Caraco costituisce, senza alcun dubbio, una delle voci più lucide e disincantate.
    Sono io a ringraziare te, unitamente a tutti gli avveduti frequentatori del tuo coraggiosissimo sito, il più completo ed esauriente nella trattazione di tali tematiche: le Università dei bottegai e dei preti continuino pure a parlare di Hegel e S. Tommaso e a sfornare laureati imbecilli!
    Con gratitudine, Piero Ferrari.

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  2. Grazie degli apprezzamenti Piero, fatti da te assumono un significato ben più importante.
    Finchè i baroni della cultura occidentale continueranno a gloriarsi in nome di S. Tommaso, Hegel e affini, la falsa cultura e l'inganno continueranno ad oscurare le coscienze e a mortificare l’intelligenza…. purtroppo di quei pochi sopravvissuti ai duemila anni di annientamento mentale.
    I laureati che si formano nelle nostre università e non solo, purtroppo, inconsapevolmente sono forgiati per continuare a santificare i padrini della cultura, intesa come affare personale, e per questo destinati a finire nello stesso calderone dei somari.
    Cari saluti.

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  3. Leggendolo in chiave ambientalista molte parti del Breviario sono illuminanti, soprattutto quando descrive la sovrappopolazione e le condizioni delle città.
    Non condivido il tono profetico e l'avvento di una nuova era dove i nostri posteri inizieranno una nuova civiltà.

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  4. Tenuto conto della tua considerazione riferita ad una mente poco convenzionale come Caraco, mi sono preso la libertà di capire qualcosa di te, per dare un senso più completo al tuo commento. Sei sicuramente una mente curiosa, ma la tua curiosità è diretta prevalentemente alla superficie della realtà in cui credi di esistere. Se davvero vuoi inoltrarti nei più profondi labirinti dell'animo umano sia a livello fisico che metafisico, devi espandere ulteriormente la tua mente .... non chiuderti nei recinti della dottrina pragmatica del sistema. Il tono profetico e lungimirante in personaggi come Albert Caraco altro non sono che profonda conoscenza delle leggi cicliche che regolano il mondo fisico.
    In altri commenti lasciati in rete, rimproveri toni catastrofici ..... cosa pensi sia la nostra esistenza, se non il massimo del catastrofismo?
    Grazie del commento.

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